Gli Stati Uniti e lo stallo libico: tra Haftar, Tripoli e ONU

Gli incontri avvenuti nelle ultime settimane tra rappresentanti libici e amministrazione statunitense confermano la rinnovata attenzione della Casa bianca verso il dossier libico, in una fase in cui il Paese continua a essere caratterizzato da una persistente frammentazione istituzionale e dall’assenza di un percorso condiviso verso le elezioni nazionali. La visita a Washington di Saddam Haftar, figura di primo piano dell’apparato militare dell’Est libico, e i contatti intrattenuti da Abdulsalam al-Zoubi, viceministro della Difesa del Governo di unità nazionale (GUN) di Tripoli, rappresentano due tasselli di una più ampia iniziativa diplomatica statunitense orientata a favorire il dialogo tra i principali centri di potere del Paese. Gli Stati Uniti hanno pubblicamente sottolineato la necessità di promuovere l’unificazione delle istituzioni militari, politiche ed economiche della Libia, considerata una condizione indispensabile per la stabilizzazione del Paese.

Da sinistra a destra: Massad Boulos, Saddam Haftar e Marco Rubio. 29 giugno 2026. Fonte: X

Sul piano dei fatti, l’elemento più rilevante è che gli USA hanno scelto di mantenere aperti canali di interlocuzione sia con gli attori della Libia occidentale che orientale. Tale approccio riflette la consapevolezza che nessuna soluzione politica appare oggi praticabile senza il coinvolgimento delle strutture di potere che esercitano un controllo effettivo sul territorio e sugli apparati di sicurezza. In questa cornice, Saddam Haftar è diventato l’interlocutore principale per il campo orientale, mentre sul versante occidentale continuano a essere centrali il premier Abdul Hamid Dbeibah, il suo entourage politico e figure legate agli apparati di sicurezza di Tripoli.

Il ruolo di Massad Boulos appare centrale. Boulos – consigliere del presidente Donald Trump per gli affari arabi e africani e principale referente dell’amministrazione statunitense sul dossier libico – avrebbe promosso una linea americana orientata a un accordo di power-sharing tra le amministrazioni rivali, con l’obiettivo di riunificare la governance libica, rafforzare la stabilità e favorire investimenti nel settore energetico. Tra le diverse ricostruzioni diffuse, la principale avrebbe come perno centrale un’intesa che manterrebbe Dbeibah in una posizione rilevante a Tripoli e attribuirebbe a Saddam Haftar un ruolo di vertice in una futura architettura esecutiva. Si tratta, tuttavia, di una proposta non formalizzata in un accordo pubblico e quindi da trattare come scenario negoziale, non come fatto compiuto.

Questo processo non nasce dal nulla. Già nei mesi scorsi si erano tenuti incontri tra Ibrahim Dbeibah, consigliere e parente del premier misuratino, e Saddam Haftar. Il coinvolgimento di Ibrahim Dbeibah è significativo perché indica che il canale negoziale non passa soltanto attraverso le istituzioni formali, ma anche attraverso reti familiari, economiche e politico-securitarie che hanno un peso reale nella gestione del potere libico. Questo elemento rafforza l’idea che la diplomazia statunitense stia cercando di trattare con gli attori che controllano effettivamente leve di potere, risorse e apparati, più che con un quadro istituzionale pienamente consolidato. La stessa logica si ritrova nel dialogo con Saddam Haftar: la sua crescente centralità non dipende solo dal ruolo militare, ma anche dalla progressiva trasformazione della famiglia Haftar in un attore politico, economico e istituzionale. Per Washington, dialogare con Saddam Haftar significa tentare di costruire un rapporto diretto con il blocco orientale, riducendo al tempo stesso il rischio che Bengasi resti eccessivamente dipendente da altri sponsor esterni, inclusa la Russia.

Abdul Hamid Dbeibah all’Antalya Diplomasi Forumu. 18 aprile 2026.
Fonte: X

L’iniziativa americana si confronta inoltre con il percorso promosso dalle Nazioni unite attraverso la roadmap dell’United Nations Support Mission in Libya (UNSMIL). La missione onusiana continua a considerare prioritari l’unificazione delle istituzioni, il consolidamento della governance nazionale e la definizione di un quadro politico condiviso che possa condurre a elezioni credibili e accettate dalle principali componenti del Paese. Proprio sul tema elettorale emerge uno degli aspetti più rilevanti dello stallo libico. Contrariamente alla lettura che attribuisce la paralisi esclusivamente al mancato svolgimento delle elezioni, il problema riguarda anzitutto l’assenza di un accordo sulle regole del gioco. Le divergenze tra gli attori libici riguardano infatti questioni fondamentali: la distribuzione dei poteri tra le istituzioni centrali, i requisiti per la candidatura alle principali cariche dello Stato, il ruolo delle strutture militari e la sequenza stessa del processo politico. In altri termini, il nodo non è soltanto quando votare (oggi si parla del 17 febbraio 2027), ma quale assetto istituzionale debba emergere dal voto e quali garanzie possano essere offerte ai diversi centri di potere affinché accettino il risultato elettorale. È questa la questione che ha contribuito al fallimento dei precedenti tentativi di transizione e che continua a rappresentare il principale ostacolo a una normalizzazione politica del Paese.

Un ulteriore elemento da considerare riguarda il ruolo degli attori regionali. Il dossier libico va infatti letto anche dentro una competizione geopolitica più ampia. La Libia è rilevante per la sicurezza del Mediterraneo centrale, per le rotte migratorie e per il controllo delle risorse energetiche. In questa prospettiva, l’attivismo americano non risponde soltanto all’obiettivo di sbloccare la crisi istituzionale, ma anche alla necessità di contenere il deterioramento degli equilibri regionali e impedire che la frammentazione libica produca ulteriori spazi di influenza per attori rivali.

In tale contesto, la Turchia ha modificato la propria postura. Ankara, storicamente radicata in Tripolitania, attraverso gli accordi militari e marittimi con i governi della capitale, ha progressivamente aperto canali verso la Cirenaica. Il 23 giugno 2026 il capo dell’intelligence turca, Ibrahim Kalın, ha incontrato Saddam Haftar a Bengasi. Secondo fonti turche, il colloquio ha riguardato il mantenimento della stabilità, l’unificazione delle amministrazioni rivali e delle forze militari sotto un’unica autorità, oltre al rafforzamento della cooperazione bilaterale. L’incontro Kalın-Saddam Haftar è un passaggio importante perché segnala che Ankara non intende restare confinata al solo campo tripolino. La Turchia sembra voler preservare la propria influenza in Occidente, ma allo stesso tempo evitare di essere esclusa da un eventuale nuovo assetto nazionale che includa la Cirenaica. Questo avvicinamento non implica un cambio completo di alleanze, ma mostra una maggiore flessibilità turca e la volontà di posizionarsi dentro qualunque futura formula di riunificazione. Anche l’Egitto e gli EAU restano attori fondamentali. Il Cairo continua a considerare la stabilità dell’Est libico una priorità di sicurezza nazionale, ma appare interessato a un equilibrio che riduca il rischio di escalation militare e favorisca una gestione ordinata del confine occidentale. In questo senso, l’Egitto non è solo sponsor tradizionale del blocco orientale, ma anche parte di un più ampio tentativo regionale di riportare la crisi libica entro un quadro negoziale. Anche gli Emirati Arabi Uniti, pur avendo storicamente sostenuto il campo orientale guidato da Khalifa Haftar, hanno progressivamente adattato la propria postura all’evoluzione del contesto regionale, privilegiando negli ultimi anni la ricerca di una stabilità negoziata rispetto alla logica dello scontro tra blocchi contrapposti (il priemer Dbeibah è volato ad Abu Dhabi proprio il 2 luglio). Per l’Italia l’asse USA-Libia ha conseguenze dirette. Nonostante l’obiettivo comune, Roma rischia di essere marginalizzata se non sarà in grado di offrire qualcosa di concreto che vada oltre alla retorica della “stabilità mediterranea”. Il rischio è che il futuro assetto libico venga deciso tra Washington, Il Cairo, Abu Dhabi e Ankara, con l’Italia ridotta a spettatore.

L’incontro Ibrahim Kalın-Saddam Haftar. 23 giugno 2026. Fonte: X

Tuttavia, occorre evitare di sopravvalutare il grado di avanzamento dell’iniziativa statunitense. Pur registrando alcuni risultati concreti – come l’approvazione di un budget unificato e le prime esercitazioni congiunte est-ovest (Flintlock 2026) –, Washington si trova ancora in una fase di spinta diplomatica più che di accordo consolidato. L’entusiasmo con cui viene presentata l’ipotesi rischia di sottovalutare le resistenze interne, soprattutto nel campo tripolino. Una parte delle milizie di Tripoli e della regione occidentale rimane ostile a qualsiasi ruolo di primo piano per Saddam Haftar o per la famiglia Haftar in generale. Per questi attori, accettare un’influenza strutturale dei “nemici” rappresenterebbe non un compromesso, ma una sconfitta strategica e ideologica. Questa ostilità latente rende l’accordo molto più fragile di quanto la narrazione diplomatica americana lasci intendere. Senza un’effettiva capacità di Washington (o degli sponsor regionali) di contenere o cooptare queste fazioni, il rischio concreto è che un’intesa raggiunta ai vertici venga rapidamente sabotata sul terreno, come già accaduto in precedenti tentativi di mediazione.

Esiste tuttavia un’altra questione di fondo che merita particolare attenzione. L’approccio che sembra emergere dai recenti sforzi diplomatici statunitensi privilegia, ancora una volta, la costruzione di un’intesa tra i principali centri di potere del Paese, nella convinzione che la stabilizzazione debba precedere la trasformazione politica. Questa impostazione presenta indubbi vantaggi sul piano della gestione immediata della crisi: riduce il rischio di escalation militare, favorisce il coordinamento tra istituzioni rivali e crea interlocutori riconoscibili per la comunità internazionale. Al contempo, però, essa rischia di affrontare le conseguenze della frammentazione libica più che le sue cause profonde. Dal 2011 la crisi libica non è stata determinata esclusivamente dalla competizione tra governi o gruppi armati, ma anche dall’assenza di istituzioni condivise, dalla debolezza dello Stato, dalla sovrapposizione tra interessi pubblici e reti clientelari, nonché dalla mancanza di un consenso nazionale sulle regole della competizione politica. Un accordo costruito prevalentemente tra élite politico-militari potrebbe contribuire a congelare il conflitto senza necessariamente risolverlo, consolidando nuovi equilibri di potere ma lasciando irrisolte le questioni strutturali che hanno alimentato l’instabilità nell’ultimo decennio. In questo senso, il rischio è quello di trasformare la transizione in un sistema di gestione permanente degli equilibri tra attori dominanti. La storia recente della Libia mostra infatti che accordi privi di un adeguato radicamento istituzionale e sociale tendono a produrre stabilità temporanee, vulnerabili a cambiamenti nei rapporti di forza interni o nelle strategie degli sponsor esterni. Per questo motivo, la sostenibilità di qualsiasi compromesso dipenderà dalla sua capacità di essere accompagnato da riforme istituzionali, meccanismi di responsabilità e forme di inclusione politica che vadano oltre la semplice redistribuzione del potere tra i gruppi oggi più influenti.

Mario Savina